“Va’ e anche tu fa’ lo stesso. Il prendersi cura: stile e motivazioni di una Chiesa in cammino”

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Va’ e anche tu fa’ lo stesso. Il prendersi cura: stile e motivazioni di una Chiesa in cammino”

 

  1. Introduzione alla parabola del samaritano

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.

Un uomo ci parla di cammino, di strada vissuta come luogo abitato, luogo di incontri. Un uomo ci parla di carità. Non un sacerdote, un levita, ma un uomo. Un uomo ci dice, ancora oggi, come seguire Gesù. Come vivere concretamente amando come ha amato Gesù. Un uomo che non ha tradizioni, ed è lontano dalla legge, un impuro per i giudei.

Un uomo fortunato perché l’esperienza di essere stati amati gratuitamente, anche una sola volta nella vita, la riempie di senso per lungo tempo, risana in profondità chi ha subito violenza e si è sentito calpestato nell’anima.

L’esperienza di essere stati amati può trasformare la strada in luogo, “locanda”, accogliente.

Gesù, alla domanda del dottore della legge, “chi è il mio prossimo?”, risponde: tuo prossimo è chi ha avuto compassione di te. Allora ama il prossimo tuo, ama i tuoi samaritani, quelli che ti hanno salvato, rialzato, che hanno pagato per te. Impara l’amore dall’amore ricevuto. Diventa anche tu samaritano.  Tu sei riconoscente per l’amore ricevuto, per questo va’ e fa’ lo stesso! Tu amato e perdonato da Dio, va’ e fa’ lo stesso! Tu guarito nel cuore e nel corpo, va’ e fa’ lo stesso! Tu, accolto, va’ e fa’ lo stesso!

La risposta di Gesù opera uno spostamento di senso: prossimo non è chi tu ami, ma prossimo sei tu quando ami. L’amore del prossimo non è una parte o un momento della propria esistenza, ne è il senso. Gesù aiuta ognuno di noi a correggere il nostro sguardo sull’amore: amare non è fare cose, non è l’ansia di assolvere compiti, ma è l’accorgersi dell’altro, delle povertà vicine e lontane, nascoste ed evidenti, e rispondere, assumere cioè la presenza dell’altro, volere che l’altro viva, si rimetta in piedi, e viva in forza di questa gratitudine e riconoscenza.

L’amore è provare compassione e non poter andare più oltre. Fermarti perché qualcosa si muove dentro di te. Perché l’altro chiede il tuo sguardo di accoglienza dall’interno di te stesso. Nessun luogo potrà diventare locanda accogliente se non lo è prima la nostra interiorità. Il male è l’indifferenza, lasciare intatto l’abisso fra le persone. Invece «il primo miracolo è accorgersi che l’altro, il povero esiste» (S. Weil), e cercare di colmare l’abisso di ingiustizia che ci separa.

Il cammino stesso della fede inizia dalle piaghe dell’altro, carne di Cristo, corpo di Dio. Inizia dalle piaghe dell’altro perché noi viviamo grazie a chi si è preso cura di noi, si è chinato su di noi, ci ha mediato un amore possibile. La fede ha inizio così: qualcuno ha mediato per te questo grande dono che è lo sguardo misericordioso del Padre! Per questo il cammino della fede inizia da quel chinarsi ad ascoltare un Dio che si è fatto uomo, piccolo, umile, per parlare al tuo cuore. Il cammino della fede inizia dal coraggio che rinasce dentro, il coraggio di una risposta! Noi resuscitiamo nel momento in cui accettiamo la sfida che ci viene rivolta da Dio a vivere pienamente e senza riserve.

Il samaritano è diventato paradigma di come vivere, di come amare. Tu vivi davvero quando fai vivere! Quando la tua vita e la tua fede aiutano la vita e la fede dell’altro! Quando il tuo camminare, cercare, sono vissuti profondamente nella dimensione del “con”, dell’essere vicino all’altro, vedendo l’altro. Solo nella prossimità vissuta realmente è possibile accorgersi di chi fa più fatica, di chi giace a terra mezzo morto, di chi non vede più speranza di rialzarsi.

Il samaritano è fatto capace di discernimento proprio da quel suo agire “accogliente”. Prima ha amato e contemporaneamente ha posto dei gesti concreti, espressione di questo amore, di questo vedere e sentire l’altro.

Ci vuole coraggio, umiltà e consapevolezza della propria fragilità per desiderare di vedere l’altro, incontrarlo; ci vuole il coraggio di abitare le domande. Siamo ben forniti di risposte, di idee da mettere in atto, di strategie, di metodologie, ma non abitiamo le domande. E Dio, forse, è nelle domande, non nelle risposte!

 

  1. L’arte del prendersi cura

Riflettere sul prendersi cura chiede di entrare in un terreno delicato, per questo un’arte, un’attenzione, uno sguardo, continuamente ri-volto all’Altro da sé, capace di accogliere, riconoscendole, le debolezze dell’altro spoglie di ogni pre-giudizio. La fragilità di chi mi sta accanto è dono! È questo lo sguardo rivoluzionario di Gesù che sovverte lo schema del dottore della legge: chi è il mio prossimo? Di chi devo aver cura? Prossimo sei tu quando ami! Le fragilità dell’altro ti chiedono di accoglierlo e custodirlo come ti chiedono di aver cura della tua fragilità.

Fallire, cadere, perdere e perdersi: è inesorabilmente inscritto nella nostra umanità, siamo esseri fallibili e per questo meravigliosamente preziosi, come gli oggetti più fragili. Inesorabilmente fragili. Tutti. Chi si prende cura assieme a chi è curato.

Ogni volta che penso alla parola fragilità, mi vengono in mente quegli enormi pacchi tetragoni al cui interno si nasconde, si preserva, qualcosa di piccolo, di fragile, di prezioso. Accanto all’etichetta fragile, è apposta un’altra etichetta “maneggiare con cura”. È lì che comincio a pensare a quanto dolore provochiamo nell’altro quando non cogliamo il senso delle sue ferite.

Per sollevare un altro devi necessariamente chinarti, cambiare prospettiva e livello, inginocchiandoti. “Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi”.

È in questo movimento, che si trasforma in abbraccio, che si rialza la speranza stessa.

Abbi cura dell’amore che è in te! È forte quanto fragile! Segreto quanto esposto! Sicuro quanto vulnerabile! Autentico quando si china ad attraversare i passi concreti di un continuo rinnovarsi passando per gli occhi e il cuore dell’altro, le sue attese e le sue ferite.

È il coraggio dell’attenzione. S. Weil lo ricordava con queste parole: “ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male che è in noi stessi”.

Accettare la propria fragilità è la via regale per arrivare ad accettare e amare l’altro nella sua fragilità, e … non “nonostante” questa.

  1. Beati coloro che amano

Seguire Gesù chiede di farci prossimi come Lui, di farci annunciatori del suo amore credendo nel suo amore. Ci chiede di stare in piedi e di resistere perché amati. Ci chiede di chinarci sull’incapacità di amare per innescare processi di conversione alla comunione. Tutti, poveri e ricchi, piccoli e grandi, primi e ultimi, siamo chiamati ad amare.

Desidero una Chiesa che lavi i piedi all’uomo senza chiedergli nulla in cambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare a messa la domenica, o la quota di una vita morale meno indegna e più in linea con il Vangelo. Una Chiesa realmente prossima è una Chiesa aperta che abita lo spazio della prossimità nel modo dell’accoglienza scevra di previe garanzie.

Prima di decidere cosa fare c’è un tempo di ascolto, di comprensione della realtà. Dare tempo all’altro, darsi il tempo di incontrare l’altro. Il tempo del riconoscimento nella reciprocità. C’è un tempo da dare all’altro, un tempo dato anche a se stessi, che ci fa “tu” di fronte all’altro, che costituisce interlocutori. Non è il sentimento di un momento, ma il segno di ciò che già siamo diventati ed è ora il segno del futuro che desideriamo costruire.

“Ne ebbe compassione”: è il verbo centrale della parabola, la sintesi di un evento da cui sgorga ogni gesto successivo. Nel Vangelo di Luca “provare compassione” indica un’azione con la quale si restituisce vita a chi non ce l’ha. Avere compassione è provare dolore per il dolore dell’uomo, la misericordia è curvarsi, prendersi cura per guarire le ferite.

 

 

  1. Nei gesti del samaritano, il comandamento dell’amore!

“Va’ e anche tu fa’ lo stesso!”: come può avere forza in noi questa parola?

Nella domanda dell’esperto della legge c’è la domanda di ciascuno di noi (che cosa devo fare?). Abbiamo bisogno di vedere il Suo amore per noi perché troppo facilmente dimentichiamo il suo essersi fatto prossimo. Abbiamo bisogno di lasciarci aprire gli occhi della mente e del cuore perché la nostra preoccupazione è ancora sul fare, più che sul dono e la risposta ad esso. Cosa dobbiamo fare per ereditare la vita? Abbiamo riconosciuto il volto misericordioso di Dio in Gesù prossimo a noi: come possiamo conoscerlo, vivere per sempre dell’amore che abbiamo gustato?

Il dottore della legge può capirlo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10,27). Amerai: ricordare l’amore nella cura della relazione con il Signore, nella preghiera fatta di ascolto e confronto con Lui. Ricorderai l’amore quando amerai: tutto il nostro futuro in un verbo, ‘tu amerai’. È un’azione mai conclusa, il tempo l’allargherà e la compirà. Tu amerai.

Un imperativo che comunica un modo di vivere più che un comando: lo stile della prossimità. Ogni tuo decidere e agire troverà nella relazione con l’altro la misura, il senso, il criterio. La tua stessa vita, in tutti i suoi ambiti, ti ricorderà che puoi amare e che sei amato. Solo l’amore compie la vita, solo l’amore riapre gli occhi, solo l’amore compie la legge.

Una Chiesa che ama scende da cavallo, cammina a piedi, sta in piedi quando si fa prossima, vicina al più debole, quando si china a servire.

Chi è il mio prossimo? Non sentiamo lontana nemmeno questa domanda. È come quando chiediamo chi sono i poveri. La reciprocità non ci è imposta dalla legge ma è dono di libertà. O la si accoglie oppure la si rifiuta, non vi è alternativa. Accogliere la reciprocità come criterio delle scelte, criterio di lettura, di verifica del nostro camminare, vuol dire deciderla in termini di prossimità.

La prossimità non si insegna, la si riconosce, la si racconta, la si sperimenta. Gesù accompagna il dottore della legge a vedere.

Non mi stanco mai di ascoltare questa parabola generativa di umano. Vi riconosco sempre quell’annuncio cadenzato dai primi passi di Gesù tra la sua gente: il Regno di Dio si è fatto vicino come annuncio di liberazione per gli oppressi, nell’accoglierlo dei semplici, dei miti, degli operatori di giustizia. Il Signore non ci chiede di essere già bravi ma ci accompagna a vedere, a diventare fratelli.

Ci dona di essere non solo destinatari ma costruttori di comunione nella via della prossimità. Nell’amore l’umanità ancora ferita, deturpata, violentata, è trasfigurata.

Conosco sacerdoti e religiosi che sanno consegnarsi nel silenzio della gratuità, che fanno della vicinanza alla gente la ragione stessa della loro vita. Incontro tanti, impegnati nel sociale, che indossano ogni giorno il grembiule del servizio; operatori pastorali che, nel nascondimento di un’esistenza apparentemente inutile, danno il loro tempo per accompagnare coscienze loro affidate.

È la Chiesa che non ha potere, una Chiesa che non conta, che non si difende, non si nasconde dietro falsi moralismi e strategie pastorali, ma riflette l’immagine della Chiesa comunione in continua ricerca delle coordinate conciliari che la rendono comunità che sa camminare e vuole camminare insieme, costi quel che costi!

Questa Chiesa invoca una profezia: uscire fuori e gridare una parola che doni libertà e capacità di vicinanza vera, di compagnia autentica. Una Chiesa samaritana che sappia coniugare e declinare i verbi dell’amore! Essi ci sono consegnati come via, misura dell’amore e della speranza: 1. vide; 2. ne ebbe compassione; 3. gli si fece vicino; 4. gli fasciò le ferite; 5. versandovi olio e vino; 6. lo caricò sulla sua cavalcatura; 7. lo portò in un albergo; 8. si prese cura di lui; 9. tirò fuori due denari; 10. pagherò al mio ritorno.

 

Vide e ne ebbe compassione

Il samaritano rappresenta uno scandalo e un tormento per la nostra vita, perché la pietà e la compassione non sono un istinto, né buoni sentimenti: sono una conquista, un cammino che mette al centro il dolore dell’altro, non il proprio sentire. Questi atteggiamenti invitano a preferire i poveri, gli ultimi, i deboli della storia, perché esprimono una umanità ancora tutta da riconoscere. Poveri, ultimi, deboli, non sono categorie sociologiche, ma realtà profondamente teologiche.

In ognuno di noi sono nascoste zone di povertà e di debolezza dalle quali fuggiamo, ci nascondiamo, ci difendiamo, nell’illusione che negarle ci renda più sicuri, più forti, mentre proprio lì Dio ci attende. Nessuno di noi è profondamente se stesso fino a quando non riesce ad abbracciare con libertà, delicatezza e affetto, la propria fragilità. Il Signore, per primo, guarda con tenerezza e compassione la nostra condizione.

Rialzati da Lui, siamo fatti capaci di uscire da noi stessi e dalle nostre schiavitù.

«Dietro la fretta del sacerdote e del levita si nasconde una realtà più grave, cioè la paura di impegnare la propria persona. Se ci si ferma accanto al poveretto derubato e bastonato, non si sa che cosa potrà accadere: ci vuol tempo e pazienza, bisogna essere pronti a tutto, occorre prepararsi a dare senza condizioni e riserve. Allora si preferisce passare oltre. Anche nella fretta e nella superficialità, che ostacolano oggi l’esercizio della carità, è presente la paura del dono di se stessi» (C.M. Martini, Farsi prossimo).

 

Si curvò su di lui (gli si fece vicino)

Il samaritano scende da cavallo. È necessario scendere dai palazzi, dalle cattedre, dalle poltrone, dalle proprie convinzioni; lasciarsi portare dalla pietà per mettersi dalla parte dei poveri, per imparare da loro che Dio ama, sempre e senza condizioni.

E’ Lui, infatti, che si curva sull’uomo e lo ama così com’è, senza chiedere e pretendere nulla in cambio, anche quando l’uomo si chiude nella sua ostilità, si fa nemico. L’amore autentico non fa inchieste, non analizza, non programma l’elemosina. Potremmo rischiare di perderci nella molteplicità dei bisogni, ma il Signore ci ricorda che mettendo al centro l’uomo siamo aiutati a riconoscere ciò che veramente vale e ne promuove la realizzazione.

 

Gli fasciò le ferite

Impossibile non pensare ai sacramenti che curano le ferite più segrete e più profonde. Il più dolce di tutti è il sacramento della compassione, dell’amicizia, della pietà, il sacramento che ci rende umani.

Una Chiesa ferita è capace di ascolto, è capace di alzarsi in piedi e stare dalla parte degli ultimi. Questa è la Chiesa salvata da Cristo, è sacramento del suo amore.

Fasciare le ferite vuol dire concretamente accogliere, vuol dire schierarsi, osare il coraggio del Vangelo! (

Gli versò olio e vino

L’olio della consolazione e il vino della speranza.

Consolare è comunicare vita. Voglia di vivere. È credere nell’amore. Consolazione è una presenza che libera dall’isolamento, va ad abitare nella solitudine di qualcuno per farne un luogo di comunione. Consolazione è capacità di suscitare, nel vuoto più desolante, la tenerezza di Dio.

Io consolo quando permetto che l’esistenza di un fratello, ferita, spenta, a pezzi, poggi sulla stessa fiducia che sorregge la mia vita.

Consolare è condividere speranza. Si tratta di una speranza solida e concreta, impegno quotidiano, scelta, missione. È bisogno di futuro che nasce da un’unica, grande consapevolezza: “Anche tu prossimo!”.

Condividere la strada, la vita con gli ultimi, dovrebbe permettere di assumere la prossimità (cura delle relazioni), che è la cosa più importante e bella della nostra vita, come fondamento. Lo sguardo costante alla qualità delle nostre relazioni e alle vie concrete di prossimità dovrebbe aiutarci a cogliere i disagi reali e non sempre evidenti di chi ci è vicino, dei giovani che ci sono vicini.

La cura per il proprio decidere diventa cura per il decidere degli altri. Le nostre comunità hanno il coraggio di rivelare il volto e il cuore di una Chiesa madre, che guarda con amore i passi dei suoi figli, che comprende, accompagna, accarezza?

In questo senso la cura dell’interiorità e il criterio di prossimità devono diventare stile. “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. La volpe ricorda e consegna al Piccolo Principe il gesto che invera e fonda l’ascolto e la prossimità.

Una Chiesa che desidera lasciarsi abitare dai giovani non può che essere una Chiesa che sappia “perdere il tempo”, cioè consegnarsi totalmente all’interiorità dei giovani, che si fa prossima nella capacità di accogliere senza trattenere, di accompagnare, permettendo che si possa camminare sulle proprie gambe, condividere i sogni e vivere la realtà, abbracciare le possibilità assumendo i propri limiti.

 

Lo caricò sulla sua cavalcatura

Prendersi cura non è scaricare la responsabilità su altri. Il samaritano utilizza il suo giumento, mette a disposizione i mezzi in suo possesso innescando un processo di solidarietà. Mettere al centro i poveri impone una continua verifica della veridicità del processo di solidarietà, perché troppe volte, proprio i poveri, attraverso “opere pie”, sono strumentalizzati più che rialzati.

Il samaritano soccorre l’uomo moribondo per strada lo raccoglie e lo mette sulla sua cavalcatura. Oggi sappiamo che questo non va fatto, cioè non devo toccare il malcapitato, con il rischio di farlo morire, e devo chiamare l’ambulanza. I mezzi che abbiamo, le conoscenze di oggi sono diverse da quelle di ieri.

I verbi dell’amore, che scandiscono i movimenti e le decisioni del samaritano, ci ricordano oggi che non siamo esperti in tutto, siamo chiamati però a maturare nell’accoglienza reale, in una libertà che si sa fare responsabile dell’altro, e sa cercare le vie per intervenire e per affidare alla cura di altri. Le nostre comunità devono diventare casa di comunione, locande accoglienti, luoghi in cui le competenze di ciascuno possano orientare l’azione pastorale, in modo da riconoscere le domande e i bisogni e le risposte realmente possibili.

Come sapremo se quello che stiamo cercando e facendo è davvero il bene e tutto il bene che possiamo fare, che è davvero volontà di Dio? 1. Il lavoro di équipe è il primo elemento importante perché diventi possibile rispondere a questa domanda. 2. La corresponsabilità: il confronto e l’ascolto, sincero, libero, la conoscenza degli elementi oggettivi, il lasciar parlare la realtà in un rapporto di fondamentale fiducia. 3. L’apertura all’inatteso, alle circostanze che possono variare e indicare tempi ed elementi diversi.

Una pastorale attenta a una visione d’insieme chiede necessariamente che qualcosa di quanto si è già deciso nel tempo venga modificato, lasciato.

Non si tratta di un nuovo modo di fare pastorale ma di rinnovare lo stile pastorale alla luce del vangelo per una chiesa comunione che rinasca anche oggi dalla reciprocità dell’annuncio, dal cammino condiviso.

Il cammino è lungo perché si tratta di un cambiamento di prospettiva, di mentalità, di criteri.

I segni concreti di questo rinnovamento saranno il dialogo, il confronto, l’ascolto reciproco, l’andare incontro a tutti senza predeterminare situazioni e persone.

 

 

Lo portò in un albergo

L’albergo, o il “tutti-accoglie”, è il luogo dove ognuno ha diritto di entrare e trovare posto. Il samaritano si affida all’oste che si impegna a curare il malcapitato fino alla guarigione. Come non pensare alle nostre parrocchie chiamate a diventare “locande”, cioè luoghi in cui la comunità intera può imparare alla scuola del samaritano. La parrocchia non può essere pensata come un edificio chiuso, ma deve diventare un’unica e grande comunità che abita la città, in tutta la sua complessità, e che in essa si impegna a fare il bene senza riserve.

I nostri gesti e le nostre azioni a favore di chi è più ferito dall’indigenza e dall’ingiustizia sociale devono rialzare e ridonare la dignità che troppo spesso è disprezzata, violata dall’indifferenza e da un’“economia dello scarto” che ha dimenticato il senso del bene comune, producendo un effimero benessere a discapito dei più deboli.

Il Papa più volte ci ha ricordato che «l’economia della comunione, se vuole essere fedele al suo carisma, non deve soltanto curare le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre meno, dove possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è piena» (Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro “Economia di comunione” promosso dal Movimento dei Focolari, Aula Paolo VI 4 febbraio 2017).

Il mio desiderio più grande è quello di poterci sentire carità in movimento, cioè tutti immersi nel dinamismo dell’amore che ci fa una cosa sola con il Signore.

 

Si prese cura di lui

Non è possibile vivere la solidarietà senza giustizia. Solidarietà richiama una progettualità che non si improvvisa.

Non è la stessa cosa parlare di giustizia dall’alto delle nostre sicurezze sociali ed economiche o farlo quando invece si vivono situazioni di precarietà, di sofferenza, di povertà. Io ho scelto di vivere in mezzo ai poveri, ma per certi aspetti sono un privilegiato. Ma ne conosco, e sono davvero tante, persone che non hanno scelto questo vivere senza riparo e senza casa.

Quando è inverno, quando non hai nulla da mangiare, quando non sai come ripararti dal freddo, quando non dormi, e ti trovi schiacciato, etichettato e evitato da tutti, allora capisci che è tutta un’altra cosa parlare di giustizia, dignità e diritti se ne sei privato. Così come non è la stessa cosa pregare nel sicuro del tempio: Signore, Signore, lontano dalla quotidianità di chi fa fatica, distante dalla storia delle persone e al sicuro dalle fragilità, dalla povertà, e dalla miseria che possono piegare l’esistenza.

Dobbiamo educarci a leggere i bisogni come diritti disattesi, ad imparare a rendere ogni povertà trasparente del suo diritto negato. Se si leggono i fatti senza il filtro della giustizia, l’errore è sempre lo stesso: si considerano, es. come minaccia gli immigrati e non le disuguaglianze e le ingiustizie che creano povertà e miseria. Quelle sono le vere minacce ed il nodo su cui riflettere e agire. E insieme gridare con forza che la povertà non è una condizione naturale, ma conseguenza di ingiustizie. E senza dimenticare che sempre bisogna sostenere l’altro a partire dalla sua libertà e non dalla sua povertà o dai suoi limiti.

 

Tirò fuori due denariPagherò al mio ritorno (pagò per lui: l’oste che incassa)

“Pagò per lui”: è l’espressione più alta dell’amore e della giustizia. Il samaritano non aspetta corrispondenze nell’amore, paga e anticipa, impegna se stesso, i suo i progetti a vantaggio dell’altro. Questa libertà interroga la comunità e la Chiesa intera. Il conto è sempre pagato da chi più ama. Rispetto all’uomo, è Dio che paga sempre, un Dio che è sempre in perdita.

L’agire del samaritano continua ad interrogare tutti. La sua cura impegna il presente e apre al futuro. «Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Certo, quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione di fraternità. Occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime. Un imprenditore che è solo buon samaritano fa metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani» (Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro “Economia di comunione” promosso dal Movimento dei Focolari, Aula Paolo VI 4 febbraio 2017).

 

  1. Prendersi cura: stile pastorale della Chiesa

Ricordo soprattutto le parole del mio vecchio maestro ed amico, don Tonino Bello, quando spesso ci ripeteva: “Solo chi sogna può evangelizzare”.

Dal “sogno” ai “sogni”. Dal sogno di Dio ai sogni degli uomini. È un sogno condiviso non solo dai cristiani, non solo dai credenti, perché il sogno di Dio è anche un sogno dell’uomo, per l’uomo.

Perché è un regno di giustizia e di pace, è un sogno di amore e di benevolenza, “Avevo fame e mi hai dato da mangiare”, cioè è un sogno umano.

Il sogno allora è la direzione, è la meta, è il progetto; ma allo stesso tempo quel sogno è la radice, la sorgente, il punto di partenza, tant’è vero che nella stessa pagina del Vangelo all’inizio dice: “Riceverete in eredità quel regno che per voi era stato pensato fin dalla creazione del mondo”. Cioè come una casa dalla quale noi veniamo e a cui ritorniamo, la cui nostalgia è il moto del nostro animo che noi chiamiamo “giustizia”, “solidarietà”, “amore”, “desiderio”, in una parola “umanità”.

“Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere e tu mi hai aiutato”: sono sei passi di un percorso dove la sostanza della vita è sostanza di carità. Sei passi verso la terra come Dio la sogna.

“Tutto quello che voi avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Che cosa vuol dire? Vuol dire che il povero è come Dio. Un Dio che ha legato la salvezza non ad azioni eccezionali, ma ad opere quotidiane semplici e soprattutto possibili a tutti. Non ad opere di culto verso di lui, ma al culto degli ultimi della fila.

Credo che siano proprio loro, i poveri, che ci restituiscono la fede, cioè il cuore della Chiesa. Una Chiesa vicina ai poveri è una Chiesa che dimostra la sua fede, prima ancora della sua carità. È una Chiesa che sa leggere l’autenticità della presenza del suo Signore.

Dire nelle celebrazioni che il Dio di Gesù Cristo è il Dio degli uomini, dei deboli, dei poveri, esige il coraggio della coerenza. Chiede la forza di ripetere le stesse cose fuori dal tempio, testimoni oculari del grande messaggio che lo Spirito ci dona e ci consegna: è il messaggio che ci invita ad uscire allo scoperto, ad uscire fuori dalle nostre prudenze e comode certezze.

Sono convinto che, se vogliamo veramente interpretare la parola e l’azione di Gesù testimoniate nel Vangelo e se vogliamo essere alla sua sequela, dobbiamo smettere di predefinire, di pre-eleggere gli uomini e le donne verso i quali vogliamo andare. Sì, perché noi in qualche modo continuiamo a farci una domanda sbagliata: chi è il mio prossimo? E, in parallelo: Chi sono i poveri? Chi sono i bisognosi? Quali sono le periferie esistenziali?

Il sogno si concretizza, allora, nell’essere Chiesa che intercetta, che va incontro alle fragilità e alle singole storie. Una Chiesa libera, povera, una Chiesa che non ha paura di percorrere le strade difficili e strette, una Chiesa che sa gioire e condividere, una Chiesa che sa commuoversi e meravigliarsi davanti alle opere di Dio che si realizzano nel nostro quotidiano. Una Chiesa in uscita, samaritana. Una Chiesa discepola della fragilità.

Chiesa che non ha nulla a che fare con coloro che caricano di pesi insopportabili i piccoli, i poveri e gli oppressi, Chiesa che ne rivendica anzi la dignità, perché ogni essere vivente porta in sé l’immagine di Dio. Chiesa che conosce l’arte di rallentare il passo perché porta nel suo cuore la fatica dell’ultima pecora, quella gravida e quella ferita.

Chiesa in ascolto dei piccoli, degli ultimi.